Il territorio di Siniscola, archeologicamente parlando (a cura di Giuseppe Carzedda)

Affacciato sulla costa sarda centro-orientale, l’agro di Siniscola rappresenta con la sua notevole estensione uno dei territori più vasti della provincia di Nuoro. La sua posizione, che parte abbracciando un tratto molto importante di costa, fatta di arenili di rara bellezza alternati da incantevoli basse scogliere, arriva ad inerpicarsi passando per paesaggi pianeggianti e collinari variegati, fino alle suggestive pendici del massiccio del Montalbo. L’intero territorio del capoluogo baroniese é stato interessato non meno di una ventina di anni fa da un lavoro di censimento voluto dal Comune di Siniscola in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro, al fine di ampliarne la conoscenza (almeno di massima) storico-archeologica. Il risultato di questo censimento fu incoraggiante, anche se le attività di indagine e di scavo si limitarono a qualche intervento in siti poi abbandonati, dimenticati e oggi sconosciuti ai più.

Dovendo tracciare un quadro illustrativo – molto sintetico e per ora ben lontano da ogni approfondimento – potrei affermare che l’arco cronologico coperto dalle frequentazioni antropiche e relativi monumenti, si dimostrò abbastanza ampio. In questo senso, partendo dal Neolitico (V-VI millennio a.C.) possono annoverarsi i rinvenimenti sparsi di piccoli utensili in selce e ossidiana presso le dune pleistoceniche di Capo Comino e un’unica Domus de Jànas censita ubicata sul colle in regione Cuccuru ‘e Jànas, il solo esempio di questa tipologia tombale scavata nel scisto. Un’altra tomba ipogeica non censita sussiste invece alle pendici del Monte Làttu, altura ospitante sul versante occidentale la grotta di Elene Pòrtiche, dalla quale arrivano interessanti testimonianze della cultura di Bonu Ighinu e del Neolitico Medio (4000-3500 a.C.) in forma di frammenti di vasi finemente decorati e valve di conchiglie forate. Non si esclude tuttavia una frequentazione successiva identificabile con la “Cultura di Ozieri” (3500-2800 a.C.), parimenti alla “Cultura di Monte Claro” della metà del III millennio a.C..
L’età nuragica a partire dal 1600 a.C. offre sul territorio non tantissimi monumenti, i quali purtroppo in assenza delle dovute indagini di scavo possono essere solo descritti sommariamente. Tra essi spiccano i nuraghi nella caratteristica colorazione bianca della roccia calcarea, come quello di Gorròpis (pochi filari di pietre superstiti, ove la zona circostante pare abbia restituito nel corso di arature materiali di età romana, ivi comprese due anfore vinarie rinvenute negli anni cinquanta durante lavori stradali poi andate disperse); i pochi resti presenti a Sa Punta ‘e sa Thurulia; il nuraghe denominato Sa Gurutta ed infine l’interessantissimo Nuraghe Sas Pìperas ubicato su uno strapiombo sul versante meridionale del Montalbo. Altri esempi che possono essere menzionati sono il nuraghe a corridoio (purtroppo in pessime condizioni) con pianta quadrangolare in calcare e scisto situato in località Sa Domu Bianca, e quello un po’ meglio conservato di Punta Nurache, edificato sull’omonimo colle in posizione dominante rispetto alla vallata del Rio Siniscola. Meritevole di indagini è sicuramente il Nurache Pitzinnu, che in passato restituì notevoli reperti nuragici (tra cui una pinza da fonditore) oggi conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

Per quanto concerne le sepolture coeve in forma delle cosiddette ‘tombe dei giganti’, sul territorio se ne segnalano soltanto tre di cui una sola valorizzata da interventi di scavo e salvaguardia, ossia la tomba de Su Itichinzu. Le altre due sono la tomba de Su Piccante, formata da grosse lastre di pietra infisse nel terreno, e quella de Sas Kolòvranas realizzata usando blocchi di granito squadrati e disposti a filari. Un’ultima inumazione di questa tipologia è ubicata in località San Giacomo, risparmiata dalla frequenti arature e ormai nella condizione di cumulo informe di pietre e a malapena se ne intuisce il corridoio. Di estremo interesse è l’insediamento tardo nuragico di Luthuthai, notevole per estensione ma purtroppo per buona parte coperto dal tracciato della SS131. Da questa località proviene l’imponente bacile oggi usato come acquasantiera presso la Chiesa Patronale di San Giovanni Battista, così come è copiosa la presenza in superficie di materiali litici, soprattutto pestelli e frammenti di macine, e cocci di ceramica d’impasto grezzo. Un vuoto è purtroppo rappresentato dalla mancanze di tracce di insediamenti d’età Fenicia e Punica, per quanto il territorio abbia restituito in passato monete di zecca cartaginese e siculo-punica frammisti a materiali romani in regione Bona Fraùle, e ceramiche frammentate dalla grotta di Duas Vùccàs.

Diversamente si ha prova di un’intensa frequentazione antropica in età romano-repubblicana e imperiale con siti ubicati in località Lonne (le arature da sempre restituiscono frammentate ceramiche fini da mensa, tegolame e monetato del II e III secolo d.C.), Sant’Elene (cocci di ceramiche Alto Imperiali), San Giuseppe (gli sterri per la messa in opera di tubature nell’attuale Zone Commerciale hanno messo in evidenza inumazioni povere di età tarda), nella stessa località ma in regione diversa (Sos Porchiles) fu segnalata una galleria in opus coementicium coperta da volta) e un piccolo insediamento tardo-imperiale prospiciente alla Torre seicentesca nell’attuale borgo di Santa Lucia, abitato talmente insignificante nelle rimanenze quanto nei reperti restituiti, da escludere in modo categorico la quivi ubicazione del Portus Luguidonis citato dalle fonti (interessante è il miliare d’età altoimperiale, erroneamente scambiato per bitta). Anche il centro abitato dell’attuale paese di Siniscola ha restituito tracce di romanità con urne cinerarie rinvenute durante lo scavo di una cantina a metà degli anni cinquanta in Via Sassari (a lato della Chiesa patronale) e il ritrovamento di un ripostiglio di denarii repubblicani (SA 1869, 25, 1870, 28; Rowland 1981, 129). Sul Monte Orvili sono state viste tracce di costruzioni non meglio identificate e rinvenute svariate monete anch’esse non accertate. Tracce di tumulazioni semplici in terra sono state segnalate dal Lilliu nelle grotticelle naturali di Su Càntaru (due inumati e due brocchette in argilla rossa, NS 1941, 169-70).

Tuttavia, il sito d’età romana in agro di Siniscola che maggiormente merita di essere indagato e studiato è ubicato presso la valle del Rio Bèrchida, ove le diverse regioni di Paule Luca (presenza di un nuraghe monotorre), Sas Dòmos Rùttas, Chitzinu e Sa Conca ‘e sa pàla ‘e sos mojàrèsos da sempre si sono fatte notare per evidenze romane sparse in superficie. Le attività agricole svolte a valle da sempre restituiscono frammenti ceramici e monete ascrivibili dal III al V sec. d.C.. Sempre alle coltivazioni e all’allevamento svolti in questa area, va ricondotta la presenza di una fattoria (definirla villa rustica mi pare eccessivo in mancanza di indagini più approfondite) frequentata tra il II ed il IV secolo d.C., e verosimilmente coeva al villaggio distante poche centinaia di metri di Sas Dòmos Rùttas, dove molteplici strutture murarie aspettano di essere indagate e studiate.
(G.Carzedda)
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Bibliografia essenziale:
AA.VV., Sardinia Notizie degli scavi, i-ii, Carlo Delfino Editore, Sassari, 1988.
AA.VV., Siniscola dalle origini ai ostri giorni, Editrice il Torchietto, Ozieri, 1994.
M.A. Amucano, Attività di ricerca nell’agro di Siniscola: nota preliminare, in L’Africa romana, 12, EDES, Sassari 1998.
M.Ausilia Fadda, Il Museo Archeologico Nazionale di Nuoro, Carlo Delfino Editore, 2006.
R.J. Rowland Jr., I ritrovamenti romani in Sardegna, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1981.
A. Taramelli, Carte Archeologiche della Sardegna, Carlo Delfino editore, Sassari, 1993.
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Nelle immagini: strada lastricata romana nei pressi di Capo Comino, panoramica della Valle del Rio Bèrchida, fattoria romana di Bèrchida (notare la soglia della porta sulla sinistra), embrice frammentato in situ (fattoria romana di Bèrchida), resti del Nuraghe di Paule ‘e Luca.

 

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